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San Vito, una vita da imitare

Scritto da Don Flavio Ferraro Lunedì 17 Giugno 2013

Secondo la tradizione S.Vito sarebbe nato a Mazara del Vallo o a Marsala, antiche città della Sicilia occidentale, da Hila di nobile stirpe ma non cristiano, e da Bianca, virtuosa matrona devota a Cristo, intorno all'anno 286. Ancora in fasce perdette la mamma, e venne affidato alla nutrice Crescenzia. Si dice che quando al dodicesimo giorno dalla nascita, il padre Hila volle attaccare al collo del bambino la bulla, cioè una medaglia con l'effigie degli dei Penati (protettori) della casa, l'infante si mise a strillare e si strappò dal collo quell'amuleto pagano buttandolo via. Accettò invece una crocetta che Crescenzia gli aveva messo al collo di nascosto del padre, come pure accolse di buon grado gli insegnamenti Cristiani impartitigli dalla nutrice.

Quando Vito fu un po' cresciuto, suo padre gli diede come precettore Modesto, uomo saggio e dotto di Mazara, affinché lo istruisse nelle lettere e nelle scienze: ma anche questo pedagogo era cristiano. Durante un'assenza del patrizio Hila, molti del suo palazzo si convertirono e ricevettero il battesimo da Modesto: primo fra tutti fu il giovanetto Vito. Si narra che a questi, appena battezzato, sia apparso il suo Angelo custode che gli consegnò una croce, come presagio del suo martirio: attributo che accompagnerà sempre le raffigurazioni del Santo.

Il 23 febbraio del 303 fu emanato, dall'imperatore Diocleziano, l'editto di persecuzione contro i cristiani e, mentre dalla dimora gentilizia si divulgava la nuova religione, giunse a Mazara il funesto decreto imperiale. Di ritorno Hila, venutone a conoscenza, non trascurò nessun mezzo, ne castighi severi, ne minacce, per spaventare il figlio ed indurlo a rinnegare la religione abbracciata in sua assenza, ma nulla valse a smuovere la fede incrollabile dell'adolescente. Allora il crudele genitore, visto inutile ogni tentativo, consegnò il figlio al prefetto della Sicilia Valeriano affinché questi, con la sua autorità, riportasse Vito al culto degli dei dell'impero. Egli ordinò che il giovane venisse sottoposto alla flagellazione, ma ad un tratto, mentre i carnefici aizzati da Valeriano, infierivano contro quelle membra innocenti, ecco che le loro braccia si paralizzarono e soltanto per le preghiere di Vito, ritornarono a muovere gli arti. Solo allora il crudele tiranno rimandò il Santo alla casa paterna.

Tuttavia un angelo del Signore apparve in sonno a S. Vito e lo invitò a fuggire di casa con i suoi educatori e a rifugiarsi, nottetempo, su di una barca ormeggiata sul lido per divino favore. Guidati dall'Angelo in sembianze di nocchiero, navigarono verso Capo Egitarso, oggi Capo S. Vito, dove si rifugiarono in un bosco ed iniziarono il loro apostolato evangelizzando pastori e contadini, nonché compiendo i miracoli di guarire chi veniva morsicato dai cani rabbiosi. Poi i tre santi passarono a Regalbuto, a Sortino, a Vizzini, in Calabria e in Lucania presso il fiume Sele e la loro fama taumaturgica si sparse ben presto cosicché vennero ritrovati dai soldati dell'imperatore che li portarono a Roma.

Nella città eterna S. Vito guarì nientemeno che la figlia dell'imperatore Diocleziano, il quale gliel'avrebbe anche data in sposa ricolmandolo di onori, a patto però che abiurasse la fede cristiana. Vista vana ogni lusinga, l'imperatore ordinò che i tre santi venissero immersi in una caldaia di pece bollente e piombo liquefatto: ma da questo martirio uscirono indenni. Furono allora condotti nell'anfiteatro e dati in pasto ai cani idrofobi ed ai leoni, che si ammansirono stendendosi ai piedi di Vito. L'imperatore, sommamente adirato perché la folla degli spettatori cominciava a agitarsi, comandò di porre i tre confessori della fede su di un rogo, affinché consumassero il loro martirio: era il 15 giugno dell'anno 304.

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