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Gesù, Re già e non ancora

Scritto da Don Flavio Ferraro Domenica 24 Novembre 2013

Celebriamo oggi la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo. 


È l’ultima domenica dell’anno liturgico: si chiude oggi, per la Chiesa, un anno di grazia, durante il quale abbiamo contemplato il mistero di Cristo nella vita della Chiesa; partendo dall’attesa del Messia, celebrando la sua nascita a Betlemme, seguendo la vita pubblica di Gesù, fatta di parole e di atti, accompagnando Gesù nella sua passione e morte, contemplandolo Risorto e datore dello Spirito Santo, abbiamo riattualizzato il suo mistero di salvezza nella nostra vita.

Ogni anno liturgico è un’occasione che la Chiesa ci offre per abbeverarci alle sorgenti della grazia, affinché i misteri che celebriamo nella liturgia portino frutto nella vita personale e comunitaria. Al termine di quest’anno possiamo ringraziare il Signore per tutti i doni che ci ha elargito e, nello stesso tempo, chiederci che frutti spirituali ha portato in noi l’anno trascorso. Cerchiamo di trarre profitto dalla partecipazione alla Messa domenicale e dalla vita liturgica? Il nostro ripercorrere ogni anno, grazie alla Chiesa, il mistero di Cristo ci aiuta a crescere, a vivere e comprendere meglio ciò che celebriamo? L’Eucaristia non è soltanto memoria di un evento passato, ma memoriale, cioè ri-attualizzazione della grazia presente nel mistero che celebriamo: l’anno liturgico, attraverso la celebrazione delle varie feste, ci offre la possibilità di essere partecipi di tutti i benefici connessi alla incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

È un grande aiuto che ci viene offerto dalla Chiesa e che dobbiamo cercare di vivere in modo sempre più vivo e profondo. Il fatto che l’ultima domenica dell’anno liturgico sia intitolata “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo” è significativo. La Chiesa conclude il suo anno celebrativo indicando ai fedeli la direzione in cui sta camminando la storia umana. Per quanto attorno a noi ci possano essere segnali inquietanti, crisi, difficoltà, sofferenze, i cristiani sanno per fede che la storia umana non è indirizzata verso un epilogo negativo, verso una sconfitta, verso il non-senso. Il destino del mondo, guidato dalla mano di Dio, é al sicuro. L’ultima Domenica dell’anno rinnova la nostra speranza e ci ricorda che la storia è come una freccia scoccata da Dio, che al termine del suo percorso arriverà dove Dio vuole, cioè a colpire perfettamente il centro del bersaglio.

Il centro del bersaglio è il trionfo finale di Cristo, a cui tutte le cose saranno sottomesse e che sarà riconosciuto da tutti come Re e Salvatore dell’umanità. Il cristiano non brancola nel buio, non è disorientato nel cammino della storia umana. Sa che sta camminando verso la pienezza della vittoria di Dio, in Cristo Gesù. I teologi usano una categoria concettuale interessante per spiegare questo dinamismo, quella del già e non ancora.

Oggi potremmo dire, commentando le letture della liturgia che Gesù è Re dell’universo già e non ancora. C’é qualcosa della sua regalità che si è già rivelato e qualcos’altro che sarà rivelato solo alla fine. Come tute le iniziative di Dio nella storia, anche la regalità di Cristo si declina secondo tre movimenti: la prefigurazione, il già e il non ancora.

Il Vangelo ci racconta in modo dettagliato e profondo la regalità già realizzata in Cristo. Sappiamo che Gesù ha sempre rifiutato con decisione il titolo di re nel senso umano: emblematico in proposito è un episodio del Vangelo. Dopo aver moltiplicato i pani davanti a migliaia di persone, al culmine della popolarità e del successo “Gesù, sapendo che stavano venendo per farlo re, se ne andò”. Anche davanti a Pilato era stato categorico: “Il mio regno non è di questo mondo”. Davanti alle prospettive di gloria umana o di coinvolgimento politico, Gesù ha sempre tirato dritto, rifiutandosi di prestare ascolto al popolo e anche ai suoi discepoli.

Il “già” di Cristo è invece il trono della croce, sul quale giace sofferente e crocifisso, indossando una corona di ignominia e di dolore. Mentre la folla ancora lo provoca a dimostrare che è veramente il re, scendendo dalla croce, Cristo esercita già la sua regalità, fatta di riconciliazione, perdono e servizio. 

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